E’ quanto afferma Paul Strassmann, il grande vecchio della rivoluzione tecnologica e civile dell’e-business. Accantonato durante il periodo della bolla speculativa ora il suo pensiero torna nuovamente attuale.
Mercato, capitalismo, globalizzazione. Civiltà che si confrontano e devono imparare a convinvere. Una grande trasformazione, per la quale Internet è sempre più necessaria. «I primi marketplace online hanno in gran parte deluso. Perché sono stati concepiti all’epoca della bolla speculativa. Ma nelle grandi innovazioni si parte sempre con una speculazione. Del resto, la prima versione non è mai perfetta. L’idea era giusta e arriverà a maturazione». Ne è convinto, Paul Strassmann, grande vecchio della rivoluzione tecnologica e civile dell’e-business. Il suo quadro interpretativo di riferimento è, appunto, la globalizzazione. Che rende l’intreccio delle relazioni economiche sempre più internazionale, importante e complesso. A molte filiere produttive, ormai, concorrono fornitori e clienti di ogni parte del mondo. «Il costo delle transazioni, come definito dal Nobel Ronald Coase, diventa preponderante. La Rete serve a gestirlo, migliorando, in modo molto concreto, la collaborazione tra fornitori, clienti e partner» assicura Strassmann: «E rinnoverà il capitalismo».
La sua idea viene da lontano. «Fernand Braudel, il grande storico francese, ha spiegato come ci siano voluti secoli perché si definissero e maturassero le norme e le istituzioni necessarie al buon funzionamento del capitalismo. E mostra come le tecnologie veramente nuove impieghino molto tempo per essere davvero assorbite nella società». La prospettiva storica è la chiave, dice Strassmann, non soltanto per conoscere il passato ma anche, e forse soprattutto, per comprendere il futuro. E, di conseguenza, per prendere posizione. Nel suo curriculum, in effetti, non mancano le battaglie né i motivi per coltivare la prospettiva storica. Nato nel 1929 a Trencin, in Slovacchia, in una famiglia ebraica, a dieci anni vide l’arrivo dei nazisti e negli anni seguenti visse la tragedia della persecuzione. Il padre, che aveva comandato un battaglione durante la prima guerra mondiale, divenne partigiano ma fu catturato e ucciso. La madre fu deportata in un campo di concentramento. Paul Strassmann, a tredici anni, fuggì sulle montagne e divenne partigiano a sua volta. Vinse la sua guerra. Ma nel 1948, una settimana prima dell’arrivo dei comunisti, dovette scappare in America.
Oltre oceano, i confini della sua personale battaglia cambiarono. Senza un dollaro, con qualche contatto, imparò da zero l’inglese. Riuscì a eccellere a scuola, fino ad arrivare al Mit. Divenne un pioniere dell’information technology americana. Entrò alla Xerox e lavorò al mitico Parc. Fu chief information officer alla General Food, alla Kraft e alla Nasa. Passò anche qualche tempo a servire il governo, dirigendo la modernizzazione del sistema informativo del ministero della Difesa americano, nei primi anni Novanta, collaborando direttamente con l’allora ministro Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti. E il suo prestigio si accrebbe quando scrisse i suoi controversi saggi sugli sprechi delle aziende americane negli investimenti in informatica, «The Politics of Information Management» e «The Squandered Computer», e accettò di collaborare regolarmente con la rivista “Computerworld”.
Oggi è un guru. La globalizzazione che Strassmann vede svilupparsi ha l’aspetto di quella descritta da Samuel Huntington in «The clash of civilizations»: l’eredità intellettuale di Arnold Toynbee nel contesto del dopo Guerra fredda. Le civiltà possono confrontarsi ma si incontrano su alcune soluzioni universali. La Rete è probabilmente una di queste. È davvero una delle innovazioni che fanno fare un salto di paradigma alla tecnologia. «Un tempo tutto si organizzava intorno alla centralità del microprocessore. Oggi solo il 2 per cento dei chip va nei computer. Il centro del problema è ora la gestione dei costi di transazione tra le persone: lingue, leggi, abitudini e valori diversi separano le civiltà, ma le relazioni commerciali continuano a crescere e l’interdipendenza diventa ogni anno più stretta. È strategico ridurre i costi di transazione: ci si riuscirà contando sulla Rete e su sistemi in grado di facilitare, appunto, i rapporti pratici tra i diversi protagonisti delle filiere produttive. Ma non ci si arriverà in poco tempo». Anzi. I marketplace online del futuro, quelli che saranno progettati con in testa il valore d’uso e non il valore finanziario, arriveranno con la lentezza di ogni tecnologia che ha bisogno dell’effetto rete per partire. Certo, eBay ha raggiunto il suo successo e fa vedere una strada praticabile. Ma non ha certo eliminato i costi di transazione: le attività da svolgere richiedono ancora troppo tempo delle persone e usano ancora troppo poca capacità del computer.
Il fatto è che l’esperienza dei marketplace fallimentari del passato e le difficoltà che incontra lo sviluppo di soluzioni efficaci, non limita la fiducia di Strassmann nell’idea. Perché ne ha identificato accuratamente il bisogno. «In queste cose, chi vede lontano e sa spiegare ciò che vede, diventa una sorta di sacerdote dell’innovazione. Un buon venditore, del resto, è un educatore. La gente non compra se non capisce». Certo, quella stessa gente ha comprato con entusiasmo persino eccessivo durante la bolla e, negli ultimi anni, si è dimostrata fin troppo delusa: «Ci sono stati falsi profeti che hanno convinto le masse degli investitori a buttare i loro soldi nella speculazione. Ma poi sono arrivati i Savonarola che li hanno cacciati. Ora è tempo di riconsiderare la qualità delle idee che sono emerse nell’ambiente estremamente creativo dei primi tempi di sviluppo di Internet: alcune di quelle idee erano profondamente giuste. Non resta che realizzarle».